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Quando ero piccolo, abitavo in una casa di due stanze insieme a sette persone. Avevamo pure sei cani che abbaiavano dalla mattina alla sera. In casa non c’erano altro che letti e mobili mezzi distrutti pieni di vestiti e teloni. I materassi erano luridi, senza lenzuola e scomodissimi. Le pareti della casa erano tutte coperte di muffe e c’erano chiazze di vomito rancido sul pavimento e sulle porte, schizzi ovunque, anche sui letti e sotto il tavolo, dove dormivano due cani che pisciavano su dei cartoni su cui avrebbero dovuto dormire. Non sapevo che ci si dovesse cambiare più di una volta al mese, e non sapevo che i bambini normali si lavassero in vasche con acqua tiepida. Io mi lavavo solo la faccia e mi cambiavo con dei vestiti bucati e maglie di due taglie più grosse. Ero sempre lurido, abitavo in una viuzza tra il fiume e un borgo antico con diverse case diroccate piene di topi, tra lo sporco e il marciume. Avevamo solo un televisore, ma non si vedeva bene, e quando pioveva saltava tutto. Un incubo ricorrente era l’alluvione, perché appena veniva un po’ l’acqua alta, si riempiva la cantina sulla strada e la muffa iniziava a mangiare tutto dal pavimento. Non avevamo termosifoni, solo una stufetta in cucina. D’inverno avevo un freddo cane e mi sono venuti più di una volta i geloni ai piedi. Avevo la tosse e la febbre quattro o cinque volte a inverno. Non riuscivo ad alzarmi a volte, tanto era il male, mi sentivo bollire nel letto e soffocare, mentre intorno a me c’era buio e freddo, mi lamentavo e tremavo in continuazione. A quasi otto anni non sapevo ancora scrivere, e leggevo a fatica. A scuola andavo dieci volte al mese, e nove volte stavo fuori, in una stanzetta insieme ad una maestra di sostegno. Mi promuovevano senza tanti sforzi, e io non facevo niente. Chiudevano un occhio perché dovevano. Mangiavo di merda, solo scatolette. Penso che mi abbiano rifilato pure cibo per cani in vari brodi e minestre che bollivano continuamente sulla stufa. Non avevano manco più gusto quei brodi, ma, a detta loro, facevano un gran bene. A dodici anni ero alto 1.46m e non avevo alcun amico, ero magrolino e storto. Alle medie mi sfottevano perché puzzavo di fumo e d’asino, mi tiravano le matite e una volta ho ficcato una di quelle matite nell’occhio di un compagno. Sono stato sospeso tre giorni. Non ho perso l’anno perché le professoresse mi detestavano e non volevano avermi ancora tra le palle. Non mi segnavano nemmeno le assenze, io c’ero. La madre di un mio compagno ha denunciato la cosa alla preside e hanno chiamato anche mia madre, ma non si è mai presentata. Alla fine, hanno minacciato di chiamare gli assistenti sociali e mia madre è andata a ritirare tutto e mi ha detto che avrei cambiato scuola. Nella nuova scuola mi sono comportato ancora peggio, rischiando di venir bocciato. Alla fine, sono stato graziato, pur avendo fatto più della metà di assenze e non aver mai fatto una verifica né un’interrogazione. Me ne stavo in un angolo, mi davano le schede da compilare, centinaia di fogli da colorare. Mi trattavano come un ritardato, lo ero, ma un po’ ci marciavo su perché era l’unico modo per prendere il diploma; quello che facevano gli altri era una cosa aliena a me, nessuno mi seguiva, non avevo mai avuto un libro di testo né scritto qualcosa che scrivevano le maestre/professoresse alla lavagna, non avevo mai scritto su un quaderno né fatto una sola tavola di tecnica. Guardavo gli altri, e intanto mi trastullavo facendo le mie schede, insultando i prof e qualche compagno. Cagavo solo a scuola perché a casa il cesso era sempre intasato e mi veniva il vomito talmente faceva schifo, meglio le turche di una scuola pubblica… |